Intervista con l'uomo che ha trasformato la Nazionale
L'ITALIA DI BOSCIA
"Sincerità: ecco la base del mio rapporto con i ragazzi"

Un glorioso passato nella Nazionale jugoslava di basket. Un esordio da allenatore sulla panchina del Bosna Sarajevo, nel 1971, a soli 24 anni.
Passato alla Stefanel Trieste, finalista di Korac nel 1994, dal settembre 1997 è sulla panchina della Nazionale italiana che ha guidato ai mondiali del '98 e agli Europei del '99. Contando le amichevoli ha diretto gli Azzurri in 58 partite vincendone 41 e perdendone 17. Con una percentuale di successi del 70,68%, è il ct più vincente del basket italiano. Questi i numeri di Bogdan Tanjevic, "Boscia" per gli amici, l'uomo in cui si identifica la Nazionale, la cui ostinazione lo ha portato "a camminare sui tetti", senza mai scivolare. Un'ostinazione che alla fine si è dimostrata vincente.
Alla vigilia del ritiro degli Azzurri del basket a Grado, in vista delle Olimpiadi di Sidney, ecco come la pensa il coach.
Allora signor Tanjevic, sono passati 11 mesi dal ritiro di Grado, Lei ha un oro europeo in più ed una nuova fatica alle porte. Come si affronta un'avventura importante qual è l'Olimpiade?
"Mah, sicuramente con un po' di trepidazione e preoccupazione. Non sempre poi tutto va come si vorrebbe. Diverse cose ci preoccupano, le assenze in particolare. Denis Marconato, che è un pilastro della Nazionale, la stagione praticamente saltata da De Pol, che si spera recuperi in tempo, o Bonora che si è infortunato strada facendo. L'ottimismo necessario, comunque, non manca".
Con l'obiettività che la contraddistingue: quanto lontano può arrivare questa Nazionale?
"Adesso non vorrei esprimermi… Siamo troppo lontano dall'appuntamento e non voglio mettere il carro davanti ai buoi. Il nostro compito è allenarci meglio possibile ed evitare altri guai".
Ma è vero che "confermarsi" è sempre più difficile che "affermarsi"?

"Questo è vero. Affermarsi conquistando un primo posto è chiaro che comporta delle notevoli difficoltà nel mantenere alto l'onore…"
Parliamo di martedì, quando la sua squadra incontrerà la Nazionale basket i
n carrozzina: qual è il messaggio, fuor di retorica, dell'evento?
"Il significato è sicuramente notevole: si può condividere il gioco con persone che hanno dei problemi eppure giocano come i nostri giocatori, si divertono, insomma. Sarà un momento di gioia da condividere, anche per aiutarsi l'un l'altro".
La sua è l'immagine di un uomo intransigente, duro, eppur capace di creare un gruppo che sale in cima all'Europa. Scusi la banalità, ma ci spiega il suo segreto?

"Non ci sono segreti. Cerco di comunicare nella maniera più semplice possibile con i giocatori, con un linguaggio spesso rude ma facile da capire, immediato. Non riesco a nascondere di voler bene al gruppo, e ai giocatori che alleno. Questo da qualche parte traspare, e da qui nasce la fiducia che i ragazzi mi regalano. Sincerità: ecco la base del nostro rapporto. E poi io li capisco bene. Mi sembra di aver finito di giocare ieri, mi ricordo, sento la stanchezza dei giocatori e capisco il limite di sopportazione".
Un'ultima domanda: è tornato in regione per ragioni tecniche o ... scaramantiche?
(…sorriso) "Non sono molto scaramantico, eppure nessuno può evitare un pizzico di scaramanzia. Per esempio mi piace avere i vestiti "di ordinanza" anche perché non devo pensare cosa ho messo ogni volta. Con tutta la voglia matta di non cedere su questo fatto qualche volta ci casco. C'è poi un altro motivo, la ragione principale, il fatto che l'anno scorso ci siamo trovati davvero bene, siamo stati circondati da molta attenzione e supporto umano. Lo stesso che siamo sicuri di trovare quest'anno". E noi li aspettiamo con le braccia aperte: benvenuti Azzurri!